Il mio incontro con la musica delle donne dell'Houara risale ai primi anni novanta, nel corso di una Lila (il rituale notturno dei Gnawa) celebrata a Tamesloht, nella regione di Marrakech: le Houariyàt erano state invitate dalle donne Gnawa per riscaldare l'ambiente prima dell'inizio delle danze estatiche rituali. La musica dell'Houara, forse a causa della sua struttura poliritmica e dell'energia fisica sprigionata dalle dinamiche e dai timbri vocali e strumentali, ha il potere di contagiare una particolare effervescenza, anche al di fuori di un contesto ritualizzato, com'è quello delle pratiche coreutico-musicali nel sufismo marocchino. In Marocco, poi, ogni pratica musicale ha un'intrinseca natura religiosa e quella che ad alcuni di noi potrebbe sembrare una sconveniente commistione di sacro e di profano, è cosa normalmente accettata nella cultura tradizionale. La mia curiosità, e la conseguente "inchiesta sul terreno", si sono dapprima indirizzate sul territorio di insediamento della tribù Houara, le regioni di Ouarzazate, Taroudant e Oulèd Teimà; ma è a Marrakech che la situazione appariva più stimolante. In questa città risiedono diverse donne provenienti dall'Houara e da altre regioni del sud marocchino: trapiantate da anni nel contesto urbano,

esercitano una regolare attività musicale, suonando a domicilio, dietro compenso, in occasione di feste, nascite e matrimoni. Il repertorio che accomuna tutte queste donne è quello tramandato dalla tradizione orale e i gruppi si formano e si sciolgono a seconda delle affinità e delle situazioni.

É cominciata così una ricerca-azione che si è estesa ben presto oltre i confini del Marocco: il recente fenomeno di interesse popolare verso la word music ha permesso ad alcune di queste donne di viaggiare ed esibirsi in vari paesi europei, aprendo un'inattesa finestra sul mondo. Naturalmente qualcosa è cambiato: la formazione tradizionale, inizialmente aperta agli avvicendamenti di ruolo, è diventata progressivamente più selettiva e più stabile; il repertorio tradizionale si è allargato, fino a comprendere altri stili della musica popolare marocchina, come l'houzì, lo cha'abì e l''aità, eseguiti con gli strumenti a percussione della tradizione musicale dell'Houara, il duzàn, particolarmente efficace nelle esplosioni ritmiche del ferdà ("armi da fuoco"). Quello che non è cambiato, a quanto pare, è il desiderio di dare senso alla propria esistenza cantando, esprimendo l'immaginario fantastico femminile nel quadro della vita quotidiana, tra sacro e profano, tra la sofferenza dell'amore che finisce e la gioia di quello che nasce.

      Antonio Baldassarre
      etnomusicologo e direttore artistico